La logistica è da sempre una leva strategica per la competitività di un Paese. In Italia, però, il settore continua a essere caratterizzato da ritardi e mancanza di visione. Secondo Paolo Uggè, presidente di Fai Conftrasporto, il nostro Paese rimane fermo al 19° posto nel Logistic Performance Index, incapace di colmare il divario con i principali competitor europei.
Alla base di questa stagnazione non c’è soltanto un deficit infrastrutturale, ma soprattutto la mancanza di una politica dei trasporti chiara e strategica. La chiusura della Consulta del trasporto e della logistica e l’assenza di un Piano Generale aggiornato hanno privato il settore di una guida condivisa tra istituzioni e imprese. Il risultato? Decisioni frammentate e incapacità di programmare interventi di lungo periodo.
Gli effetti di questa assenza di visione sono tangibili nella vita quotidiana di chi opera nel settore:
Questa situazione compromette l’efficienza della supply chain, aumentando i costi e riducendo la competitività delle imprese.
Un capitolo cruciale riguarda i corridoi alpini, attraverso cui transita l’87% dell’interscambio merci italiano. Di questo traffico, il 68% viaggia ancora su gomma e solo il 32% su ferrovia. Eventuali interruzioni in questi passaggi si traducono in danni economici immediati per il sistema produttivo nazionale.
Blocchi al Brennero, chiusure programmate al Monte Bianco e restrizioni al Gottardo mostrano quanto il sistema sia fragile e dipendente da fattori esterni.
La soluzione, sottolinea Uggè, non è costruire nuove infrastrutture isolate, ma definire una strategia complessiva, nazionale ed europea, che punti su:
Serve una governance forte, capace di tradurre gli investimenti in risultati concreti, superando burocrazia e lentezze decisionali.
Il quadro tracciato è critico, ma non privo di speranza. La logistica italiana ha un potenziale enorme, legato alla posizione geografica e alla centralità nei traffici del Mediterraneo. Per liberarlo occorre però un cambio di passo: mefno slogan, più azione; meno frammentazione, più visione.
Il futuro della logistica non può essere quello di un’Italia »fanalino di coda«, ma quello di un Paese capace di connettersi in modo efficiente con il resto d’Europa e del mondo.